In risposta a “Perché i dati geografici non possono essere liberi” di Renzo Carlucci 9

Share Button

Il 10 luglio 2011, sulla rivista online di Geomedia esce l’articolo
“Perché i dati geografici non possono essere liberi (se vogliono essere onesti) di Renzo Carlucci – docente di geomatica all’università di Roma 3 e “penna” di geomedia dal 2009.
L’articolo si presenta chiaramente con un titolo molto forte e, in quanto community ambassador per (Open Knowledge Foundation), non posso che esserne colpito già dal titolo.
Sicuramente lo stesso autore è cosciente della miccia accesa visto si presenta in risposta ai contenuti del blog Geo for us di Giovanni Biallo che spesso chiede la liberazione dei dati geografici..
Diverse sono le delucidazioni che vorrei chiedere a prof Carlucci, a partire da questa frase

“Bisogna poi considerare a parte i progetti del tipo Openstreetmap che hanno natura completamente diversa dal concetto di dato geografico libero.”

concordo pienamente sulla necessità di dare una definizione a “concetto di dato geografico” e, ancora di più a quello di “dato geografico libero”, ma nell’articolo in questione non vedo alcun riferimento in tal senso.
Per mia formazione dire “liberiamo i dati geografici” si fa riferimento alla pratica del rilascio pubblico dei dati permettendone qualsiasi uso e ri-uso, pertanto, in senso lato, il rilascio gratuito del dato a qualsiasi scopo (compreso quello commerciale).
Dall’altra con “dati geografici liberi” sono solito interpretare il concetto di dati raccolti dalle comunità. Dati di cui l’esempio più concreto è quello di openstreetmap ma che, anche assieme ad altre attività di raccolta di informazioni georiferite spesso sono di supporto alla ricerca (es. EPICollect/ ) e agli aiuti umanitari (es. Map Kibera).
Quest’ultimo caso credo non sia la tipologia di dato di cui Carlucci parla nel suo articolo (e quindi posso capire perché cita OpenStreetMap come caso a parte), ma si sa che la potenza di un GIS è data dall’incrociare dati fra di loro e, quindi, quei dati che nell’articolo vengono giustamente descritti come quelli che derivano da costose operazioni di rilievo, diventano poi supporto all’evoluzione di questi progetti partecipativi.
L’articolo giustifica la necessità di non liberare (nel senso di non distribuire gratuitamente a qualsiasi scopo) questi dati con questo pezzo

Coloro che hanno investito nella acquisizione dei dati cartografici devono giustificarne i costi. Una amministrazione che mettesse in completa libertà il dato geografico potrebbe andare contro agli attuali principi economici della “sostenibilità” dei progetti tanto raccomandata a livello di Unione Europea. Un progetto cioè che prevede di investire migliaia di Euro in cartografia non può prevedere che il bene rinveniente venga poi messo gratuitamente a disposizione di tutti. Per lo Stato o per la stessa amministrazione sarebbe una perdita non giustificata. Il diritto di “copia” quantomeno, relativo al solo risarcimento dei costi, andrebbe ripartito, come è in uso per tutta la pubblica amministrazione, su chi ne fa richiesta.

frase forte, ma allo stesso tempo altamente discutibile.
Citando l’Europa si potrebbe fare riferimento alla direttiva relativa al riutilizzo dell’informazione del settore pubblico – http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:32003L0098:IT:HTML, recepita poi in Italia nel Codice dell’Amministrazione Digitale – http://www.innovazionepa.gov.it/lazione-del-ministro/cad/nuovo-codice-dellamministrazione-digitale.aspx.
Tale direttiva europea nasce sulla base di alcune considerazioni importanti, ecco alcune delle prime


[…]

(2) L’evoluzione verso la società dell’informazione e della conoscenza incide sulla vita di ogni cittadino della Comunità, consentendogli, tra l’altro, di ottenere nuove vie di accesso alle conoscenze e di acquisizione delle stesse.

(3) In tale evoluzione i contenuti digitali svolgono un ruolo importante. La produzione di contenuti ha comportato negli ultimi anni la rapida creazione di posti di lavoro e continua ad agire in questo senso. Nella maggior parte dei casi i posti di lavoro vengono creati nel contesto di piccole imprese emergenti.

(4) Il settore pubblico raccoglie, produce, riproduce e diffonde un’ampia gamma di informazioni in molti settori di attività, ad esempio informazioni di tipo sociale, economico, geografico, climatico, turistico, informazioni in materia di affari, di brevetti e di istruzione.

[…]

I sostenitori del movimento open data fanno presente che spesso i costi di produzione, gestione e aggiornamento dei dati sono coperti tramite tassazione. La pubblica amministrazione si occupa di questo circolo al fine di arrivare poi a risolvere alcune esigenze, la rivendita del dato può essere una soluzione per coprire queste spese (il catasto e la camera di commercio ne sono un esempio), ma questo spesso implica la creazione di nuove strutture, nuovi uffici e nuovi personali, perché allora non limitarsi alla libera distribuzione di questo patrimonio e lasciare poi che sia il libero mercato ad espandersi.
Possono nascere nuove aziende con idee brillanti, o quelle già presenti allargarsi. Che il dato sia geografico o meno questo processo non cambia. La libera diffusione dei dati è da molti economisti considerata come un catalizzatore verso l’innovazione e la nascita di nuove imprese.
Se vogliamo scendere poi sul mondo GIS: il panorama del software libero e proprietario utile all’elaborazione dei dati geografici è vastissimo, ma ciascuno di questi strumenti è nullo senza i dati.
Rendere meno difficile l’accesso ai dati potrebbe favorire il mercato di questo settore o di altri settori di cui non si ha la più pallida idea che ne possano fare uso.

Sempre Carlucci cita poi – con un pluralia maiestatis – gli Stati Uniti a difesa della sua idea che “gratis” è sinonimo di pessima qualità.

E allora ci chiediamo a questo punto come può essere possibile pensare che un dato geografico “onesto” nel senso della sua qualità possa essere liberato e ceduto gratuitamente. Se così fosse altro non sarebbe che un dato “declassificato” come si usa dire negli Stati Uniti di poca utilità ai fini di un serio professionista che nel realizzare un progetto debba dimostrare al suo cliente la qualità della base cartografica adottata.

… ed anche qui rimango sbalordito, non tanto per la parole, ma per il fatto che uno dei più grossi patrimoni di geodati utilizzabili a qualsiasi scopo ci viene proprio da un ente statunitensi: la NASA offre una quantità incredibile di dati pubblici – qui un elenco presentato durante il RHoK – http://www.rhok.org/node/2608).
E si tratta di dati pagati con denaro pubblico, dati rilevati con strumenti costosi, dati certificati da un ente, dati disponibili a chiunque e che coprono anche il territorio europeo, dati che la ricerca scientifica e le aziende usano nelle proprie attività …

L’articolo non è della mia stessa idea sul tema del catalizzatore dell’innovazione, tant’è che sul tema dello sviluppo economico, si pone in maniera molto critica

Un dato geografico “libero” come molti pensano sarebbe un enorme danno alla economia dello stesso settore geografico già sofferente

su questo però rimango un pò sbigottino. Sono convinto anche io dell’importanza dell’autosostenibilità, ma anche qui vorrei avere esempi più concreti che mettano a bilancio costi e ricavi. Nel primo degli undici punti – http://www.opendefinition.org/okd/italiano/ – con cui la open knowledge foundation definisce il concetto di dato aperto dichiara

1. Accesso
L’opera deve essere disponibile nella sua interezza ed a un costo di riproduzione ragionevole, preferibilmente tramite il download gratuito via Internet. L’opera deve inoltre essere disponibile in un formato comodo e modificabile.

in quel costo di riproduzione ragionevole capisco la necessita di coprire eventuali buchi finanziari, ma è in particolare la parola “ragionevole” che va messa in evidenza.
Nell’era di internet molti concetti sono messi in discussione, siamo passati dalla scarsità all’abbondanza: il replicare un dato costa esageratamente meno che un tempo, e quindi, forse, qualche ufficio andrebbe rivisto e riutilizzato in altro modo.

L’articolo di Carlucci sposta poi l’attenzione sul problema della certificazione

Chi si fiderebbe mai di una qualsiasi elaborazione realizzata su un dato gratuito, non certificato? Pensiamo a quante e quali manipolazioni potrebbero avvenire!

anche questa affermazione può essere condivisa ma va anche difesa.
Prima di tutto la storia è piena di dati certificati che si rilevano essere poi errati. La sola spiegazione del processo con cui i dati sono stati raccolti e elaborati può fare da certificazione.
Un dato certificato mi può permettere di lamentarmi con qualcuno (vedi il caso della signora che è andata a fare causa a google per il suo incidente stradale – http://www.pianetacellulare.it/post/Google/11645_Google-Maps-donna-vittima-di-incidente-fa-causa-a-Google.php.
Un aspetto che però potrebbe aiutare è quello di ragionare sulle licenze sui dati.
Queste non sono di certo un modo per proteggersi o garantire la certificazione dei dati, ma spesso sono un utile strumento per capire la provenienza di un dato.
Chi distribuisce un dato aperto, se lo fa nel modo corretto (e qui nuovamente gli undici punti della open definition di open knowledge foundation) ci applica una licenza.
C’è chi preferisce rilasciare i dati in pubblico dominio (vedi World Bank, Regione Piemonte ..), chi chiedere di citare la fonte (nuovamente alcuni dataset della Regione Piemonte e di World Bank o la pubblica amministrazione di Vienna …) o di mantenere il dato sempre aperto citando la fonte (es. la pubblica amministrazione di Parigi).
Quindi dato manipolato si, ma comunque in moltissimi casi riconducibile alla fonte che lo ha creato con il suo processo di raccolta ed elaborazione.
Se poi non mi fido di questa elaborazione, posso sempre ripetermela (se ho tempo e capacità).

In conclusione Carlucci conclude la sua idea con questa frase

Un ultima considerazione: al di la di quello che può essere la sperimentazione o il diletto, affidereste mai la vostra navigazione ai dati “liberi” ? L’affidabilità completa sulla navigazione stradale oggi non l’abbiamo neanche dai dati Teleatlas, notoriamente costosi. E voi affidereste gli spostamenti delle vostre merci a sistemi così poco affidabili? Provate pure, usate un navigatore con dati liberi e fatemi sapere.

ed anche qui nuovamente dubbi e perplessità.
Se il concetto di liberazione dei dati è quello di permette che i dati della p.a. siano utilizzabili a qualsiasi scopo la stessa TeleAtlas potrebbe farne uso. D’altra parte una p.a. avrebbe tutto il vantaggio a rilasciare dati che descrivono il grafo stradale ben fatti: se un mezzo di trasporto sbaglia percorso, si incastra, crea ingorghi a causa di un dato errato presente su un navigatore, è un problema per tutta la comunità di quel luogo, quindi la p.a. può aiutare a migliorare rilasciano i propri dati.

Se invece il concetto che Carlucci vuole esprimere è il fatto di non fidarsi dei dati liberi creati dalle comunità, come nel caso di OpenStreetMap, allora qui è “guerra aperta”, molti, moltissimi sono i casi in cui openstreetmap ha rilevato errori presenti in TeleAtlas: da percorsi d’acqua interpretati come strade, a confini amministrativi che, in alcuni casi, hanno anche creato problemi politici – http://notiziopoli.blogspot.com/2010/11/google-maps-sbaglia-i-confini-tra-costa.html
Temo che la discussione su questo argomento non abbia mai fine, anche se c’è chi, in Inghilterra, sta verificando periodicamente la copertura dei dati inseriti in openstreetmap con quelli ufficialmente certificati dagli enti competenti dal governo britannico – http://povesham.wordpress.com/2011/05/20/openstreetmap-and-ordnance-survey-meridian-2-comparison-2008-2011/
.
Se facciamo poi la considerazione che, in una clima open data sempre più crescente, l’importazione di questi dati in openstreetmap sarà uno degli effetti, è facilmente immaginabile che potranno esserci anche dei ritorni di arricchimento o correzioni.
Il processo di comparazione facilmente automatizzabile e questo potrebbe diventare un ottimo strumento di aiuto a chi i dati, oltre che raccoglierli, deve anche aggiornarli.
In buona parte la mia sensazione sull’articolo di Carlucci è che ci sia qualche idea valida che necessita però di essere maggiormente rafforzata, il rischio altrimenti è quello di portare tutto su sterili discussioni sul dibattito fra geografia e neogeografia.

Share Button

9 thoughts on “In risposta a “Perché i dati geografici non possono essere liberi” di Renzo Carlucci

  1. Reply Francesco /niubii/ Pelullo Lug 12,2011 12:42

    Non posso che condividere completamente la tua analisi.

    Spero vivamente che il prof. Renzo Carlucci trovi il tempo e la voglia di leggerti, e sopratutto quella di chiarire.

  2. Reply Pietro Blu Giandonato Lug 12,2011 15:48

    Riguardo la possibilità, l’opportunità e la necessita’ da parte della PA di rilasciare i propri dati (giustamente non solo geografici) a titolo oneroso, per poter rientrare nei costi di realizzazione, manutenzione e aggiornamento, il discorso ci sta tutto. Del resto, come Napo fa già notare, la stessa Direttiva PSI prevede questo meccanismo oneroso, e aggiungo anche la Direttiva INSPIRE, recepita anch’essa dallo Stato italiano.
    Io intravedo pero’ nei toni e nelle argomentazioni di Carlucci a detrimento del “dato libero”, un atteggiamento vagamente reazionario nei confronti di un modo di pensare ai “dati pubblici” come di “cosa di pubblico dominio”. Che è il comune sentire delle comunità che animano OpenStreetMap come OKF e tutti gli altri progetti di mapping basato su crowdsourcing (Ushahidi, Crowdmap ecc.).
    Per fortuna Carlucci viene smentito dalle sempre più numerose PA che i dati li forniscono in maniera totalmente gratuita, sebbene vi siano ancora problemi legati a licenze d’uso e riuso non molto chiare.

  3. Reply Donatella Lug 12,2011 16:10

    per la precisione: la direttiva sulla PSI e’ stata recepita in Italia con il DLgs 36/2006 – gli articoli del CAD (52-68) sui formati aperti si riferiscono ai dati pubblici della PA intesi come organigrammi, recapiti, bandi di concorso etc.

  4. Reply Cristoforo Lug 12,2011 17:12

    A parte il fatto che l’articolo è del 10 Luglio, penso che in realtà ci sono strade per cui paghiamo se le percorriamo (autostrade) e strade che percorriamo gratuitamente perchè le paghiamo con le tasse.

    Sono semplicemente due modelli di business differenti (di sostenibilità) utilizzati dallo stesso manutentore di strade (lo stato o lo stato attraverso una sua concessionaria).

    Per i dati geografici cosa sarà meglio?
    La rivendita dei dati + le tasse sulla ristretta economia sviluppata
    o
    la liberazione dei dati + le tasse su una più ampia economia sviluppata?

    • Reply napo Lug 12,2011 17:22

      Prima di tutto grazie per il contributo e grazie per avermi fatto notare che avevo sbagliato data.
      Concordo con quello che dici.
      L’idea comunque del pagamento del pedaggio delle autostrade era quella per coprire le spese di costruzione e di gestione.
      Dico “era” perché forse qualcosa è cambiato. Quello che so di sicuro è che, sull’autostrada che ho percorso di più, i cantieri per la gestione sono all’ordine del giorno.
      Credo comunque che i dati, in generale, abbiamo dei costi diversi e ragionevolmente inferiori che quelli del mantenimento di un autostrada.
      Rimane un ottimo spunto.
      Solo una nota, ma forse è mia ignoranza personale: credo che la parola “modello di business” vicino a amministrazione pubblica sia un pò stonata.
      Certo però è che la p.a. ha anche il compito di favorire la crescita del territorio creando anche strutture che le facilitino.

  5. Reply frankie Lug 13,2011 10:46

    Mi viene da pensare – dal lato della comunità scientifica – a tonnellate di dati che l’owner (pagato con i soldi pubblici in un modo o nell’altro) non è semplicemente in grado di distribuire accollandosi i costi relativi di mantenimento di una struttura di gestione e che oggi vengono tenuti chiusi nei rispettivi cassetti/hard disks. A voler essere onesti, questi dati in forma grezza andrebbero liberati urbi et orbi. Invece vengono semplicemente persi una volta che il proprietario scompare. Un inutile spreco.

  6. Reply Roberto Galoppini Lug 13,2011 18:15

    La storia di sempre, prima per gli open standards – per chi lo ricorda le modifiche dell’ultim’ora al cosidetto ‘decreto Stanca’ – ora per gli open data, con una DigitPA che è lì a guardare, e col suo silenzio dice molto di più di quello che dovrebbe (dalla sparizione della sezione ‘open source’ sul sito istituzionale al CAD che promette, vedi ad esempio sulla questione dei moduli software, e non mantiene).

    Un suggerimento: occorrono firme, o meglio ancora azioni corroborate da firme, poi il resto viene da sé, le lettere aperte nel miglior dei casi – come è stato per i 30 milioni di euro della finanziaria dedicati al software libero – ottengono risposte tardive e deludenti.

  7. Reply Commercialista a Milano Nov 26,2011 21:51

    Articolo davvero interessante, grazie. Marco

Leave a Reply