ma cosa vuol dire open data? 6

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Sollecitato dalla lettura
Open Data: non avevo capito niente. Lo zeitgeist italiano è l’ignoranza?
di Titti Cimmino
che conclude la bella frase di Michel Eyquem de Montaigne

“C’è un’ignoranza da analfabeti e un’ignoranza da dottori”

colgo l’occasione per dire anche io la mia.

Vengo dal mondo del software libero, dove termini come “floss – free libre open source software” nascono per levare un po’ di ambiguità in quel “free” di free software che confonde le idee fra libero e gratuito.
In realtà in molti ancora vedo quel “gratis” come il fine invece che la conseguenza, ma questo è altro argomento di conversazione.
La parola sul banco dell’imputati questa volta è OPEN, e, in particolare Open Data.
Quando faccio le mie presentazioni sul tema parto sempre dalle definizioni e dichiaro spesso che la parola “data” – almeno in inglese (perché qualche italiano pensa subito ai calendari) – è meno ambigua di “open”.
La slide con cui mi presento è quella di uno screenshot della pagina del wikidictionary dove compare la definizione di Open, ma anche la stessa pagina della Wikipedia inglese ha il suo bel da fare per mostrare un elenco di disambiguità, certo, queste ultime non sono tanto definizioni, ma riferimenti a matematica, musica, letteratura, elettronica, informatica e molto altro ancora … Aggiungerei un bel chaos! Tant’è che la scritta “Yes! We’re open” con il logo di Open Knowledge Foundation disegnato dentro la “o” rischia di essere capito male. Esco fuori dalla disambiguazione ricordando l’esistenza del progetto Open Defintion (sempre di OKFN), mostro la frase di apertura del sito
“Un contenuto o un dato è aperto se chiunque ha la possibilità di usarlo, riutilizzarlo e ridistribuirlo liberamente – con l’eventuale vincolo di citare la fonte e/o ridistribuire allo stesso modo”
(in questa occasione tradotta in italiano) e rimando poi agli undici punti della definizione facendo enfasi sui concetti di

  • ridistribuzione,
  • riutilizzo
  • e assenza di restrizioni tecnologiche

Eppure sembra facile no?
Open => Aperto => Libero Accesso => No restrizioni
ma per molti questo vuol dire altro e allora via che ci incastriamo 🙂

Il tutto parte fraintendendo spesso questo ragazzo qui che, a suo tempo, si è espresso con queste parole

“My Administration is committed to creating an unprecedented level of openness in Government. We will work together to ensure the public trust and establish a system of transparency, public participation, and collaboration. Openness will strengthen our democracy and promote efficiency and effectiveness in Government.”
Transparency and Open Government Memorandum for the Heads of Executive Departments and Agencies – 2009

Come fare a non esaltarsi davanti a tale dichiarazione e provare poi a replicare il tutto?
E così … la parola open, per molti, comincia ad essere interpretata come trasparenza, quando invece è una conseguenza.
Quindi, per trasparenza gli aspetti di ridistribuzione, riutilizzo e di assenza di restrizioni tecnologiche sono superficiali.
Non servono!
Messo online il bilancio o gli stipendi dei politici ho garantito la trasparenza, che poi questo sia esposto in un formato digitale che mi obbliga a fare uso di software proprietario, è solo un dettaglio (tanto quel software lo hanno tutti pagando o … violando … la licenza), e se poi, anche se uso un formato noto ma pensato per la stampa o per il web invece che per l’analisi dei dati, beh … non è un problema dai! Prendi e copi/incolli il testo da una parte all’altra (e qui ti voglio vedere a farti un copia/incolla di tutte le tabelle dell’andamento dell’Euribor – http://www.euribor.it/storico.php).
Vabbè! Qualcuno più illuminato poi pensa ad usare Google Docs: intanto lo usano tutti no? E l’account è gratuito … ma perché diavolo devo poi invogliare gli utenti ad iscriversi tutti lì per accedere a questi dati, per fare in modo che poi incrementino gli interessi di una azienda privata?
Per carità! Le google apps sono fantastiche! Io stesso ne faccio uso, ma mi chiedo se la pubblica amministrazione nel fare questo, si renda conto che non si sta tanto allontanando dal concetto di fornire formati proprietari (e quindi favorire determinati prodotti/aziende) e/o che comunque esistono alcuni dati che sono protetti da privacy, segreto statistico, segreto militare, flora e fauna protetta … che forse sarebbe il caso tenere nei computer interni piuttosto che su un server di una azienda americana?

Ricordiamoci che il motto del portale dei dati aperti del Regno Unito è UNLOCKING INNOVATION e deve essere l’innovazione il principale obbiettivo da raggiungere con gli open data.
Innovare vuol dire anche tentare di aumentare la partecipazione.

Ammetto comunque che ciascuna di queste osservazioni potrebbe apparire troppo pignola (ma lo deve essere quando si vogliono usare le giuste definizioni) .

Pertanto, se quei dati sono disponibili online, in qualche modo, è probabile che riesca a farne uso e pertanto va bene il famoso motto

                                     RAW DATA NOW!!!

(che suona più o meno come un “Dateci ora i vostri dati così come sono”)

Ma se da un lato, in qualche modo, risolvo la questione tecnologica, vediamo invece di risolvere la questione legale.
Ed anche qui: facciamo attenzione!
Di licenze non se ne può più! Dimentichiamoci poi il fatto che i dati non sono il software e quindi qualcosa cambia.
Evitiamo di inventarci nuovi licenze, usiamo modelli chiari e condivisi (es. le creative commons), facciamo eventualmente i pignoli quando vogliamo essere chiari sulla questione “diritto sui generis” scegliendo delle licenze opendatacommons, ma vediamo però di non esagerare.
Altrimenti succede che, quando dei dati sono online in una qualsiasi forma e formato, di colpo, a causa di qualcuno troppo zelante, si cominciano a mettere in piedi licenze che – a volte – sembrano andare contro le intenzioni iniziali.
Mi spiego meglio: un tempo il bilancio del comune XYZ era online senza alcuna licenza e, quindi, da parte dei molti (o se vogliamo di quelli in buona fede) si trattava di informazioni di dominio pubblico (e magari lo sono pure, visto che le delibere hanno questa natura … ma non sono un giurista per dirlo) da parte di altri c’era bisogno di una licenza … e di colpo! Tac! Ti trovi una licenza, si aperta, si nota ma che mette il vincolo del “condividere allo stesso modo” (share a like). Questo vuol dire che qualsiasi elaborazione derivata, deve avere la stessa natura.
Sicuramente utile se voglio preservare che i dati rimangano sempre aperti e che, miglioramenti alle sue elaborazioni, rimangano tali ma … questo mi vincola di unirli ad altri dati (quelli che per alcune oscure ragioni non possono essere resi pubblici) perdendo pertanto il vero potere dei dati.
Cerchiamo di essere meno complicati:
se il processo di raccolta, aggiornamento e manutenzione del dato è coperto dei costi all’origine, non serve chiedere qualcosa di ritorno, in particolare quando poi, quei dati è difficile che vengano modificati (vedi l’esempio dei dati di trasporto: devono essere i più noti possibile e, la modifica, per loro natura potrà essere fatta solo da chi decide quando i mezzi passano).
Personalmente preferisco usare questo schema:

  • Pubblico Dominio
    per tutti quei dati che le persone percepiscono come tali (bilanci comunali, orari dei trasporti, dati statistici …)
  • Attribuzione
    per tutti quei dati che si vuole riconoscere un certo sforzo da parte di chi ha fatto l’elaborazione (es. analisi statistiche)
  • Con vincolo di condivisione allo stesso modo
    per tutti quei dati che sono raccolti dalla comunità in maniera volontaria (es. segnalazioni di problemi, openstreetmap)

In ogni caso e’ sempre meglio ELIMINARE strane idee ed è bene ricordare che esiste sempre l’OpenDataManual da cui cominciare a ragionare.

E pertanto, come dicono Titti, Pietro, Matteo, Steko … vediamo che Open Data non diventi una moda a sua libera interpretazione, ma un vero percorso di crescita e miglioramento.

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6 thoughts on “ma cosa vuol dire open data?

  1. Reply titticimmino Set 1,2011 19:47

    Grazie per il sostegno alla causa “ci siamo o ci facciamo?” , altra mia interpretazione della situazione ambigua e fumosa di cui descrivo qualche dettaglio nel mio post.
    La citazione di de Montaigne è quanto mai attuale nella sua formulazione classica, almeno sul pianeta Terra. In Italia particolarmente.

  2. Reply napo Set 2,2011 00:10

    NOTA: il governo Obama ha detto si trasparenza ma anche dettato alcune caratteristiche che i dati devono avere. Fra questi il superamento di restrizioni tecnologiche, l’integrità, l’aggiornamento, la facilità di recupero delle informazioni …
    Cose che molti scordano.
    La parte relativa invece alle licenze … beh … in USA il diritto sui generis e’ una cosa che non esiste, e quindi i dati sono sempre stati disponibili ad ogni scopo.
    Giusto per fare un esempio: in ambito dei dati geografici spesso succede che in Europa abbiamo meno difficoltà a reperire i dati che rappresentano il territorio europeo forniti dagli statunitensi piuttosto che da quelli di “casa”.

  3. Pingback: de.straba.us » kickoff “quick&dirty”per gli open government data

  4. Pingback: Cosa si intende per Open Data : un percorso, non un traguardo. Diverso dal Data Journalism | Casual.info.in.a.bottle

  5. Pingback: OpenData nel futuro del SIRAV? | lucamenini.blog/

  6. Pingback: Week Ahead: Maurizio Napolitano | de.straba.us

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