Perché Apple ha sbagliato strada con le sue mappe per iOS6

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crumbled cityIn uno dei miei tweet di qualche tempo fa scrivevo: ”Deluso delle mappe di @TomTom in #iOS6? Scaricati una app #OpenStreetMap per il tuo iPhone o iPad: http://wiki.openstreetmap.org/wiki/IOS“.

In realtà fra l’essere assorbito da OKFestival e il fatto di non possedere un iPhone ero ignaro di quello che stava accadendo. Da buon sostenitore di OpenStreetMap mi ero limitato a tradurre un tweet con cui si approfittava per fare pubblicità al progetto. A dirla tutta si tratta di un trucco ormai vecchio: proprio in quei giorni presentavo alcuni confronti di copertura di dati fra OpenStreetMap e Google Maps, e quindi mi sembrava più che normale che il tanto annunciato sistema di mappe di Apple avesse qualche problema. Ammetto che non me ne aspettavo così tanti, al punto che qualcuno ha creato il tumblr The Amazing iOS6 Maps.

La domanda che molti mi hanno fatto è, come mai Apple ha commesso così tanti errori? Dare una risposta precisa senza essere nella testa degli ingegneri di Cupertino, è difficile. Il processo di produzione di una mappa online passa per i dati che descrivono il territorio, il concetto non è banale. Il filosofo Alfred Korzybski disse “the map is not the territory“, sottolineando il fatto che una astrazione derivata da qualcosa non è la stessa cosa. Probabilmente Apple è incappata in questo errore: interpretazioni sbagliate di rappresentazioni astratte del territorio.

Rappresentare il territorio non è banale: la terra non è piatta. I dati che rappresentano la realtà sono tantissimi e le fonti, spesso diverse fra loro per contenuto oltre che per metodologia di raccolta. Ogni parte della Terra può avere le proprie caratteristiche peculiari e lo stesso vale per il modo di descriverli: la realtà può essere osservata da angoli diversi. Basta pensare a cosa vuol dire osservare una costa stando a bordo di un aereo, su un colle alto 500 metri o a livello del mare. Ma, più semplicemente, pensate ai nomi che vengono dati ai luoghi (quante piazze in Italia hanno più di un nome?).

 Infine non va dimenticato il problema per cui tutta questa mole di dati deve essere semplificata.

Quello che stupisce è che questa lista di problemi ha una grande letteratura alle spalle e, pertanto, il risultato negativo di Apple stupisce ancora di più! Al di là dell’aspetto grafico, il vero problema – come sottolinea Ed Parsons (chief architect di Google Maps) – è nel sistema di ricerca dei luogi. Le mappe di Apple soffrono di un indice di ricerca non in grado di soddisfare la geocodifica dei luoghi e tutti i relativi algoritmi di ricerca. A Cupertino, però, immagino che ne usciranno a testa alta e il risultato di questa operazione avrà comunque un peso non indifferente nel mondo ICT (la lettera di scuse di Tim Cook – CEO di Apple – ricorda che sono più di 100 milioni di dispositivi iOS che fanno uso di quelle mappe).

Da qui, pertanto, è normale chiedersi perché Apple abbia deciso di costruirsi un sistema di distribuzione delle mappe in casa. La risposta più naturale è: liberarsi dalla dipendenza da Google e aprirsi un nuovo mercato (chi vuole apparire sulla mappa, paga). Questo è nuovo scenario molto ricorrente nell’ultimo anno. Una delle soluzioni di maggior successo è scegliere l’alternativa OpenStreetMap. Questa fuga verso la Wikipedia dei dati geografici, ha cominciato a diffondersi su Twitter con l’hashtag #switch2osm.

Fra i vari personaggi di questa storia si trovano: il motore di ricerca immobiliare Nestoria, il popolarissimo gioco di caccia al tesoro Geocaching e il geo gaming social Foursquare. La stessa Apple, a suo tempo, aveva già dato segno di questa scelta con iPhoto, al punto da ricevere un caloroso benvenuto da parte della OpenStreetMap Foundation. Le motivazioni, oltre a quelle di voler affrontare nuovi scenari di mercato, spesso dipendono dai nuovi termini di utilizzo di Google Maps e i costi sull’uso intensivo del servizio, dalla mancanza di copertura di zona (scelta fatta da Flickr durante le Olimpiadi di Pechino, ma che comunque torna utile in casi come Sarajevo o la Kiberabindoville di Nairobi o Gaza) o dalla necessità di avere una rappresentazione diversa o per visualizzare altre tipologie di dati non sempre contemplate (es. parcheggi, accessibilità per per sedie a rotelle, sentieristica, percorsi in biciclettapiste da sci e carte nautiche).

 OpenStreetMap, di suo, soffre i problemi tipici di progetti di crowdsourcing, dove la partecipazione e il reciproco controllo sono i cardini per avere un prodotto di qualità.

Certo, qualche errore non manca, e per rendervene conto potete visitare Worst of Osm. L’accesso ai dati è regolato da una licenza aperta (l’unico vincolo è quello di obbligare a mantenere la banca dati sempre disponibile) e permette comunque di innovare e creare nuovi mercati. Infatti, sono nate aziende come CloudMade, GeofabrikMapbox e Skobbler che innovano e aiutano la comunità di OpenStreetMap. Ma, allo stesso tempo, si tratta di realtà che ritagliano la propria fetta di mercato. C’è poi chi, come SoftCities, passa dalle mappe elettroniche alle “mappe da vivere”, ovvero coperte, tovaglie, cuscini e federe con sopra una mappa di una zona scelta dal cliente. Senza dimenticare l’azienda Stamen di San Francisco, che ha deciso di lanciarsi sul design arrivando ad inventare mappe ad acquarello od infuocate, comprese delle vere e proprie mappe “stropicciabili” (le Crumpled City) come quelle ideate dal designer italiano Emanuele Pizzolorusso.

Un mondo, quello delle mappe, che continua a crescere grazie ai neocartografi: persone che non necessariamente lavorano con gli applicativi GIS (Geographical Informations Systems) ma che, combinando dati anche apparentemente non legati, inventano nuovi scenari. Si tratta di un nuovo percorso, dove Google Maps è sicuramente il catalizzatore principale, mentre OpenStreetMap gioca il ruolo di laboratorio dove gli open data si trasformano in vere opportunità. Lo sanno bene aziende come Microsoft e Nokia, già interessate all’argomento da tempo, mentre Apple ha appena fatto capolino assieme ad Amazon con il suo recente annuncio di un sistema di geocodifica.

Come sempre, restano fondamentali gli apporti di chi, nella catena di produzione, raccoglie la “materia prima”. Si tratta di aziende come TeleAtlas, NavTech, TomTom e il progetto OpenStreetMap. Qui, il lavoro vero consiste nel raccogliere dati geografici, armonizzarli e li ridistribuirli. E il prossimo futuro? Le sfide non mancano: i nuovi scenari del 3D, gli ambienti chiusi, il sottosuolo, i fondali marini, le superfici planetarie e le informazioni georiferite in tempo reale. Ci sarà molto da vedere e scoprire: sicuramente anche qualcosa per merito dell’Italia. Non va dimenticato che il portale di Pagine Gialle mostrava fotografie in stile Steet View già qualche anno prima di Google Maps.

Trento, 4 ottobre 2012
MAURIZIO NAPOLITANO

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