Ecco perché Trento sarà la capitale dell’open data in Italia

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Raw data now (dati grezzi ora, ndr)” questa è la frase con cui Tim Berners-Lee (l’inventore del web), nel 2009, concludeva il suo talk al TED del 2009. Da quel periodo ad oggi, il movimento open data, in particolare in Inghilterra, ha fatto grandi passi avanti.

E non è un caso che nell’aprile del 2012, da una idea di Tim Bernes-Lee e Nigel Shadbolt – direttore del gruppo Web and Internet Science Group dell’università di Southampton nasceva a Londra l’Open Data Institute – the ODI.
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Lo scopo dell’ODI è quello di catalizzare l’evoluzione della cultura open data per creare valore economico, ambientale e sociale. In particolare si vuole sbloccare l’offerta, generare domanda, creare e diffondere conoscenza per affrontare questioni locali e globali.
Per realizzare questi obiettivi si è così creata un’organizzazione indipendente, senza scopo di lucro, apartitica, finanziata dal governo britannico (10 milioni di sterline) e la società filantropica statunitense Omidyar Network (750.000 dollari). Importante sottolineare che il finanziamento è su un arco temporale di 5 anni ma è subordinato ad essere impegnato con una somma analoga da parte delle imprese.

Moltissime sono le aziende sostenitrici fra cui alcuni nomi importanti come Telefonica.
L’ODI si rivolge pertanto a rendere concreto il motto Unlocking Innovation con cui l’iniziativa open data si è evoluta in questi anni in Inghilterra, rivolgendosi anche alle startup e offrendo quindi programmi di inglobazione e sostegno su idee imprenditoriali relative dati in ogni loro forma e politica di rilascio.

Il concetto di fondo è quello di diffondere la cultura dell’open data, e, più in generale di tutto quello che concerne la cultura della condivisione della conoscenza aperta.
Davanti ad uno scenario di questo tipo chi, come me, si fa promotore dell’open data, non può non rimanere affascinato ed ho così cominciato ad interessarmi sempre di più di ciò che accadeva a Londra attraverso la mia collega Francesca De Chiara.
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Ad ottobre, Gavin Starks CEO dell’ODI e pertanto il vero regista di questa iniziativa, ha raccolto intorno a se gli interessati al progetto ed ha proposto a ciascuno di diventare uno dei nodi ufficiali del network globale dell’ODI.

Aderire vuol dire firmare un contratto in cui ci si impegna a portare avanti una serie di impegni all’insegna del concetto dell’open by default (= rilascio in open source di software, di documenti in creative commons e di open data) e nel sostegno della diffusione dei certificati open data (un questionario di autovalutazione che aiuta a capire come produrre open data di qualità) inquadrato su uno dei tre livelli proposti ciascuno in un ordine di grandezza sempre più vicino agli obbiettivi dell’ODI, in cambio si entra nel network diventando parte integrante delle iniziative internazionali e di possibili finanziamenti.

Ho presentato questa opportunità al centro ICT di FBK e, il direttore Paolo Traverso, ha subito sostenuto l’iniziativa. Risultato: il 28 ottobre 2013 FBK è diventata uno dei 13 nodi ufficiali del network globale dell’ODI.

Quel giorno ho avuto occasione di visitare la sede dell’ODI. 5.000 metri quadrati di open space dove la cultura open data prende forma in ogni suo angolo. La scrivania di Gavin è al centro di questo open space ed è illuminata da una sorta di semaforo ad indicare quando lui è più o meno disturbabile.

In ogni spazio sono presenti diverse opere artistiche, commissionate dall’ODI stesso, finalizzate a diffondere il concetto di open data. Gli unici spazi chiusi sono delle sale riunioni e la cucina.
Cucina che è al centro, con pareti in vetro, e dove si trova anche un curioso distributore di cibi e bevande collegato ad un monitor che mostra gli andamenti delle quote in borsa.

Il messaggio è chiaro: sei all’open data institute, qui si porta avanti la cultura dell’open data, qui stiamo lavorando per cambiare la cultura, per innovare.

L’atmosfera è molto bella e tutto il team è molto motivato (fra questi anche lo statistico altoatesino Ulrich Atz).
Ora a Trento comincia la sfida di portare tutto questo anche in Italia, cominciando a contribuire al progetto Open Data Trentino voluto dalla Provincia Autonoma di Trento e TrentoRISE, nella traduzione e adattamento dei certificati open data e nel sostegno alla proposta dell’istituto italiano degli open data in discussione oggi a Bologna nella giornata di pianificazione dell’open data day.

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