lo stato dell’arte dell’open goverment data in Italia (presentato a #OKFest14) 1

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È dal 2012 che, agli eventi organizzati da OKFN, il simpatico duo Daniele Dietrich a Andrew Stott organizzano una sessione dal titolo “Open Government Data Around the World” in cui, vari rappresentati, raccontano lo stato dell’arte dell’open government data della propria nazione.
Nel 2012 esordii con un “Italy is the kingdom of the kingdoms (L’Italia è il regno dei regni)” riferendomi al fatto che il movimento open data era in costante crescita ma che ciò avveniva in maniera individuale da parte dell’iniziative di singole pubbliche amministrazioni che in maniera indipendente fra di loro aprivano dati con diverse licenze e delibere e leggi.reggiokfest14
Un commento a caldo di Andrew Stott fu “I am very impressed by how in Italy increased the number of opened datasets (Sono impressionato a vedere il numero di dataset aperti in Italia”.
Nel 2013 Francesca, utilizzando infografica di dati.gov.it e quella open data barometer ribadì l’aumento del numero di dataset e la differenza fra nord e sud, evidenziando però che il movimento stava crescendo.
Ad OKFestival 2014 sono saliti in scena Francesca e Luigi, purtroppo però il successo di questa iniziativa è cresciuto talmente tanto che il numero di speaker è passato dai 15 del 2012 ai 25 del 2014 e così la presentazione, oltre ad un taglio a come era stata preparata, è stata ridotta.
In ogni caso Francesca e Luigi hanno saputo far veicolare il messaggio.
La slide era leggermente più ricca e verteva su tre personaggi che cercano di tipizzare la nostra italianità: una bimba sorpresa davanti al numero di dataset aperti in Italia, un imperatore romano con il pollice verso davanti alla mappa delle istituzioni italiane che hanno aperto dati ed una coppia di pizzaioli da cui nascono tantissimi loghi di iniziative open data italiane sia top-down che bottom-up.

girlL’immagine della bimba sorpresa vuole sottolineare l’entusiasmo che porta l’apertura dei dati e quello di vedere un grafico in costante crescita.
Fa molto piacere, porta interesse, lascia a bocca aperta, va sicuramente celebrato, ma non bisogna sentirsi appagati da questo.
Il numero di dataset è un indicatore spesso contestato: confezionare dataset raggruppandoli a piacere è una operazione relativamente semplice e quindi, se la gara diventa quella, allora diventa anche facile stare in cima alla lista. Sicuramente non è un indicatore che non va sottovalutato, ma non può nemmeno essere quello di riferimento principale. Sono sicuramente importanti indicatori che mostrano come questi dati siano aperti cercando di creare un processo inclusivo: il numero di uffici/dipartimenti/istituzioni coinvolti è un ottimo esempio, così come quello di essere guidati dalla domanda.
A monte però, gli indicatori di successo dell’open government data, devono prendere in considerazione due variabili fondamentali: sostenibilità e riuso.

neroneL’immagine dell’imperatore romano vuole proprio indicare questa mancanza.
Si tratta di una grande sfida a causa del nostro essere “regno dei regni”. La questione non è tanto fra il classico tormentone della differenza fra nord e sud, ma, piuttosto, sulla difficoltà di uniformare base dati gestite localmente con gli annessi e connessi di chi ragiona all’interno del proprio confine. Non è per niente banale. Ci sono moltissimi casi dove, mettere in comune dati fra enti diversi, è una processo molto lungo, pieno di ostacoli e pieno di altre problematiche. A questi poi si aggiungono quelli uffici dove i dati servono più che altro a produrre dei documenti, e quindi, il gestire dati strutturati viene percepito come un lavoro extra ed inutile, piuttosto che un vantaggio.
Il riuso dei dati si abilita essenzialmente su tre dimensioni: legale (= dare il permesso), tecnico (= formati, protocolli / api) e documentale.
Ed anche qui il tutto appare facile: ma il proliferare di licenze non aiuta, lo scontro sul fronte tecnologico è sempre rivolto al chi si rivolge, mentre la parte documentale spesso diventa molto tecnica.
La risposta sembra facile: usare licenze internazionali, fornire i dati in più formati ed anche come servizi, creare documentazione valida per diverse tipologie di utenti e per le macchine.
Tutto ciò ha un costo, e quando si parla di questo, l’altra variabile, quella della sostenibilità, è ancora più importante.
In Italia si stanno pubblicando troppi dati che invecchiano subito. Non c’è ombra di dubbio che alcuni hanno aggiornamenti più lenti di altri, ma senza una sostenibilità (che impatta quindi nei processi ed anche nei sistemi informativi) di partenza il tutto diventa molto debole.
Fra gli indicatori di successo degli open data, quindi, meglio mettere variabili come il numero di formati con cui viene distribuito un dataset, la possibilità di accedervi via API e un calcolo reale della frequenza di aggiornamento.
Fare uso dei certificati open data dell’ODI sarebbe sicuramente un gran passo avanti.

pizzaioliIn uno scenario così, però, noi italiani ci distinguiamo per la nostra capacità di resilienza, e creatività e così, da buoni lavoratori (da buoni pizzaioli) sappiamo creare prodotti deliziosi.
Lato pubblica amministrazione, l’Agenzia per L’Italia Digitale, nonostante le continue battute d’arresto, ha prodotto un valido documento che aiuta le PA in questo processo, e la comunità di civic hackers (anche dentro la PA) sforna prodotti di gran successo.
Partendo dalla PA proprio il caso di OpenCoesione e tutti i suoi derivati (“A Scuola di OpenCoesion e “Monithon“).
Lo stesso Tim Davies, autore del “open data five stars engagement“, considera OpenCoesione, A Scuola di OpenCoesione e Monithon un esempio in cui il modello di adatta.
Abbiamo poi oggetti molto interessanti come OpenBilanci, una comunità di attivisti come quella di Spaghetti Open Data che – quando si ritrova – produce prodotti incredibili come Confiscati Bene (tanti kudos ad Andrea Borruso).
Sorprende poi la storia del SIOPE – Sistema Informativo delle Operazioni degli Enti Pubblici: dove il governo ne capisce il valore e chiede di farne open data, ma nella sua prima implementazione il risultato è pessimo, e subito un gruppo di parlamentari ne chiede una apertura corretta fatta dall’uso licenze e di tecnologia linked data.

Segnali incoraggianti che fanno sperare che, per l’appuntamento di Open Knoweldge del 2015, ci saranno nuove magie fatte dalla comunità italiana dell’open data con dei bellissimi indicatori di riuso, di sostenibilità e con una copertura sempre più completa del nostro territorio.

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One comment on “lo stato dell’arte dell’open goverment data in Italia (presentato a #OKFest14)

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