Tifiamo tutti insieme per il rilascio degli open data nello sport

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Quest’anno è stato un anno importante per la pallavolo: si sono svolti i mondiali.

Il campionato femminile era in Italia. Le azzurre hanno fatto sognare fino alle semifinali, facendo salire l’attenzione dei media. Ogni tanto accadeva che un allenatore contestava una scelta arbitrale, faceva un segno con le dita disegnando come un rettangolo e, da lì, dopo che il secondo arbitro si era confrontato al tavolo dei segnapunti, sullo schermo appariva la palla nella sua ultima azione. La sequenza di fotogrammi permetteva di ricostruire se la palla era dentro o fuori, o quale era l’ultimo giocatore ad averla toccata o altro ancora. Bellissimo vedere l’effetto della palla deformata sul campo.

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Questa tecnologia ha nome di “video check” e affascina per tanti motivi: c’è chi ne rimane colpito (“ma quindi i computer sostituiranno gli arbitri?”) e chi apprezza l’onestà di questo sport ed altro ancora. Il risultato però non è solo frutto del computer: per individuare la corretta sequenza video servono comunque delle persone. Nello specifico ad ogni partita un gruppo di rilevatori, seguendo la partita con il computer, fa un grosso lavoro di raccolta di dati in tempo reale. Ad ogni tocco di palla una o più persone sintetizzano quello che sta accadendo con un codice che propone tutte le possibili variabili di dettaglio: chi ha toccato la palla, con quale fondamentale, la direzione di ingresso e di uscita, una valutazione sulla qualità ed altro ancora. Ogni codice ha poi associato il momento in cui è stato registrato e da qui, risalire alla sequenza video, diventa molto semplice.

La raccolta di questi dati è necessaria per creare report sulle performance, montaggi video di tecnica e tattica e attraverso vari algoritmi pianificare l’attività sportiva o elaborare la tattica.

La pallavolo è il mio sport, sono un allenatore e formatore di allenatori. Non potevo perdermi la possibilità di vedere una di queste partite. Così, alla prima occasione, mi sono fiondato a vedere una partita dei mondiali dal vivo. Il palazzetto era gremito, i commenti che parlavano dei numeri di maglia delle atlete erano ricorrenti, sullo schermo venivano mostrate le statistiche dei punti ed errori fatti, punti a muro, percentuali di ricezione… I numeri erano ovunque e a generarli c’erano molti laptop a bordo campo.

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Alcuni computer comunicavano con il mega schermo, altri con i tablet nelle mani degli allenatori. Dati e ancora dati a loro volta elaborati per essere capiti dal pubblico, dagli addetti ai segnapunti, dagli allenatori, dalle atlete ecc…

Non è assolutamente una novità: lo sport necessita di prove oggettive, di dati quantitativi per misurare le performance, per mostrare il punteggio. La pallavolo si presta bene a questi metodi, ma ogni sport, sia di squadra che individuale, ha necessità di dati per studiare i movimenti, elaborare tattiche e pianificare l’allenamento.

Le tecnologie che misurano lo sport

Un tempo la tecnologia al servizio dello sport era al servizio di pochi. Ora invece sono sempre di più i software alla portata di tutti. Fra quelli open source mi piace citare LongoMatch e Kinovea con cui è possibile creare montaggi video per recuperare azioni di interesse, o avere delle “lavagne” su cui elaborare la tattica, o analizzare i singoli movimenti, oppure ChronoJump con cui è possibile calcolare la potenza di salto o di scatto o altro acquistando il tappetino con tutti i componenti elettrici su cui fare i salti, oppure costruendolo in casa.

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Innumerevoli poi sono i fogli di calcolo prodotti da allenatori, spesso partendo da raccolta dati fatta su carta e poi riportata al pc o ricopiando quanto trascritto nel referto ufficiale, che generano dati, statistiche e analisi. A questo poi andiamo ad aggiungere giochi come il fanta o totocalcio dove le classifiche e i risultati sono alla base.

Il “data journalism” nello sport

Lo sport riveste un ruolo importante in molti settori: salute, società, economia, informazione. Si basa molto sui dati, i primi “data journalist” sono proprio i giornalisti sportivi che, partendo dai dati di misura di una prestazione sportiva (risultato finale, classifica, numero di partecipanti, sostituzioni ecc…) sono in grado di raccontare storie spesso accompagnate da infografiche. Non si deve solo pensare allo sport di alto livello, ma anche a quello più popolare, quello delle categorie giovanili o provinciali, che ha il gran vantaggio di entrare nelle case delle famiglie, di creare aggregazione sociale, di creare un’economia locale che tiene spesso in vita i quotidiani locali.

Un esempio a me vicino, se non per altro per questioni geografiche, viene dal portale sportrentino che da oltre dieci anni si occupa proprio di questo: informare e raccogliere dati di ogni sport e ogni categoria (dall’amatoriale alla serie A) inserendosi quindi in questa fetta di mercato. Esistono però moltissime altre realtà sulla falsa riga che possono portare alla nascita anche di start up interessanti come l’italianissima goalshouter.

Per favorirne la crescita sarebbe importante che le federazioni sportive, o, quantomeno il C.O.N.I. cominciassero ad intraprendere un percorso open data orientato ad andare oltre ai dati dei risultati sportivi e i calendari.

Le federazioni hanno tantissimi dati che possono dare un forte contributo, aprirli porterebbe un vantaggio non indifferente a chiunque, ma molto spesso non non vogliono aprili rimanendo arroccate sulle loro posizioni. Non sono molto diversi da quelle posizioni che portano poi le Pubbliche Amministrazioni quando si chiede di aprire i dati. Si tratta di posizioni ormai talmente comuni che c’è chi ha inventato l’Open Data Bingo: un simpatico foglio da stampare dove raccogliere tutte le giustificazioni che vengono riportate quando si chiede l’apertura dei dati da sottolineare, con il vantaggio però che, per ogni questione, viene suggerita la risposta.

Non ho alcun dubbio nel dire che anche lo sport è un bene comune, e, pertanto, i dati raccolti per il suo sviluppo e la sua diffusione, sono importanti, e sono a loro volta un bene comune, un bene comune digitale pertanto auspico il loro rilascio in open data.

MAURIZIO NAPOLITANO

TRENTO, 01 NOVEMBRE 2014

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