5 consigli per avere successo a lavoro (partendo dalla pallavolo)

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Ogni volta che mi capita un curriculum da valutare, una delle variabili che prendo in considerazione sono gli interessi personali. Questi raccontano le passioni delle persone, quelle attività che le accompagnano e a cui, spesso, dedicano molti sacrifici. Qualcuno riesce a trasformarli nel proprio lavoro, altri cercano di convivere con il resto delle loro attività, altri invece si trovano ad abbandonarle, ma queste sono spesso esperienze importanti che formano la persona e le danno quel valore aggiunto che può fare la differenza.

Le mie giornate mediamente mi tengono impegnato su due fronti diversi: il ricercatore alla  Fondazione Bruno Kessler (che si occupa dei beni comuni digitali, a partire da open data) e l’allenatore di pallavolo. Due lavori che mi danno in egual modo molta soddisfazione, e che mi caratterizzano. Qualche anno fa mi sono trovato anche davanti al bivio: essere un allenatore professionista nel campionato di serie A in Austria, o continuare la mia attività a Trento.
Per un certo periodo ho cercato di vivere con entrambe le professioni (Trento e Innsbruck non sono così lontane), ma dovevo decidere dove concentrare meglio le mie energie.

Alla pallavolo devo molto, da giocatore mi ha insegnato lo spirito di sacrificio, a sapere apprendere dalle sconfitte e a confrontarmi con i miei limiti e collaborare con le persone.

Sono caratteristiche che lo stesso l’allenatore della nazionale italiana maschile, Mauro Berruto riporta in un post intitolato “Cari genitori”, dove sottolinea come tre caratteristiche specifiche di questo sport: l’obbligo del passaggio, lo stretto rapporto fra dimensioni del campo e numero di giocatori presenti e la velocità del cambio del punteggio insegnano a loro come imparare a collaborare, che bisogna convivere in poco spazio e che sarà messa continuamente a dura prova la propria autostima (una azione dura circa 6/7 secondi e subito viene valutata dal punteggio, senza dimenticare che concluso un set ne comincia un altro).

La nazionale italiana di Volley femminile

La nazionale italiana di Volley femminile

Così come ogni sport ha le sue caratteristiche e aiuta nella formazione delle persone, lo stesso vale per qualsiasi attività che appassiona e che apre un confronto con una comunità. Quando ero adolescente la passione per la pallavolo mi spingeva a cercare di migliorarmi il più possibile, l’idea di diventare allenatore era spinta solo in quella direzione. Non avrei mai pensato che, quella scelta, mi avrebbe poi condizionato e caratterizzato così tanto.

1. ESSERE UN LEADER

Ormai alleno da oltre 20 anni, ho l’abilitazione per allenare fino in serie A e sono formatore ai corsi allenatori della mia regione. Diventare allenatore mi ha portato a misurarmi davanti a questioni importanti che mi aiutano sul lavoro e sul quotidiano.

Allenare vuol dire essere leader e gestire persone. Non è semplice e si hanno grandi responsabilità.

Amavo le storie di sport portate al cinema, rimanevo affascinato soprattutto da quelle biografiche come Herman Boone, Herb Brooks, Ken Karter, Don Haskins. E poi, ho avuto vicino a me allenatori “modello” che mi hanno accompagnato in palestra, ed altri che ancora continuo ad ammirare ad ascoltare.

Uno di questi (e senza ombra di dubbio il più noto al grande pubblico) è Julio Velasco, l’allenatore della nazionale italiana di pallavolo della “generazione dei fenomeni“. Uno degli argomenti più noti del successo di Velasco è il suo perenne combattere con la teoria degli alibi: famosissimo è il suo intervento ribattezzato dalla Rete “la parabola dell’alzata” dove dice che «gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono».

Un messaggio molto chiaro e pragmatico: bisogna affrontare i problemi per quello che sono senza ma e senza se, non trovare alibi scaricando la colpa verso terzi o elementi esogeni al contesto. In questo modo è possibile creare una mentalità diversa, vincente che impara dai fallimenti. Dalle sconfitte bisogna farne tesoro e costruire così il proprio percorso.

Da allenatore ho imparato che, per essere un leader, devi essere prima di tutto te stesso.

Ci sono molti modi per essere leader, ma prima di esserlo è importante imparare ad essere nel “qui ed ora”. In parole più semplici, essere davvero concentrati e focalizzati su quello che ci accade intorno, perché molto spesso la nostra mente ci allontana da dove siamo e ci porta lontano.

Foto: chicagonow.com

Foto: chicagonow.com

Vivere qui e ora è anche la chiave per accettare qualsiasi forma di cambiamento, come una novità sul lavoro, un evento traumatico, le sconfitte, e tutto ciò da cui poi bisognerà muoversi velocemente e senza timore.

È la base di partenza per cominciare ad operare un cambiamento, in grado di migliorare e amplificare le proprie potenzialità.

Acquisire consapevolezza del proprio potenziale è una caratteristica importante quando si riveste un ruolo di leadership.

Ho imparato a mie spese (e ancora molto ho da imparare) cosa questo voglia dire. In questo mio ultimo anno sia sul lavoro che sullo sport ho avuto occasione di seguire alcuni corsi introduttivi al coaching. Sono stati momenti formativi utili che, con il senno di poi, avrei dovuto affrontare all’inizio della mia “carriera”.

2. IL POTERE: L’IMPORTANZA DI IMPARARE A GESTIRLO

La consapevolezza di sé è importante, ma, a monte, deve maturare anche il concetto di fiducia. Fiducia che bisogna imparare ad acquisire ma anche a dare.

La leadership porta poi ad avere potere, e da qui la necessità di imparare a gestirlo.

La gestione del potere deve essere accompagnata poi dalla capacità di sapere orientare i valori, creare relazioni e da qui instaurare un clima di positività.

Innamorarsi del proprio compito e riuscire poi a trasferire questa passione verso l’esterno per riceverla amplificata («l’amore è l’unico tesoro che si moltiplica per divisione» – R. Battaglia) è infine la chiave attraverso cui si cresce assieme al gruppo da gestire.

3. LO SVEZZAMENTO

Il delicato compito di un allenatore è quello di rendere i propri atleti autonomi. Si tratta di una sorta di processo di “svezzamento”, dove il fine è quello di aiutare a crescere.

È una responsabilità che richiede molta pazienza e conoscenza di se stessi. Solo così è possibile entrare in empatia con gli altri individuando e amplificando le caratteristiche positive di chi si ha di fronte.

ESERCIZIO: LE 5 COSE CHE CI PIACCIONO DI NOI

Ciascuno di noi è un essere speciale con i suo talenti e i suo difetti. Per cominciare a conoscere se stessi, nei pregi e nei difetti, consiglio un piccolo esercizio con cui voglio accompagnarvi durante la lettura di questo articolo. Cominciamo dai pregi, e non tanto da quello che pensiamo di noi, ma da quello che pensano gli altri di noi.

L’esercizio consiste proprio in questo: scrivere su un foglio le 5 caratteristiche di sé che quando vengono riportate da terzi fa piacere sentirsi dire. Scrivetele sul foglio e poi giratelo. Ci torneremo dopo.

Per ora possiamo dire che abbiamo individuato l’idea che gli altri hanno di noi, e che, comunque, ci fa piacere. Quella di riconoscere il positivo nelle persone con cui ci confrontiamo appare, a parole, una azione semplice, ma nella realtà dei fatti risulta sempre più facile guardare e giudicare i lati oscuri.

Sottolineare gli errori, specialmente quelli che chiunque può percepire. Quando riprendo qualcuno ogni tanto mi chiedo se, quello che ho detto, è sensato o semplicemente sto facendo il “commentatore sportivo” che sottolinea e rievoca i fatti che sono accaduti.

Sottolineare gli errori non è sicuramente il modo migliore per aiutare nella crescita individuale, anzi, spesso diventa l’alibi migliore per credere di aver risolto problemi.

Nei momenti di confronto con giovani allenatori, spesso mi trovo davanti a discussioni dove ci si rassegna davanti alla (apparente) poca intelligenza degli atleti costruendo così l’alibi per non andare oltre i limiti (e quindi formare). In questi casi sono solito ribaltare la questione chiedendo al collega di non fermarsi lì: se ci si arrende davanti ai limiti caratteriali di un atleta, allora non si sta facendo il proprio lavoro. Se si è arrivati a capire questi limiti diventa cruciale capire come superarli, e ancora di più quando l’atleta è un adolescente.

Di certo non si può chiedere ad un adolescente di capire un adulto, ma un adulto può e deve capire l’adolescente.

E da qui l’importanza di capire le persone e individuare e sprigionare il positivo che c’è in loro.

Capire e gestire persone implica anche sapere comunicare, ascoltare e confrontarsi. Possono esserci anche momenti di scontro, e spesso sono brutti momenti. Alcune volte sono necessari, ma se e solo se sono al loro volta accompagnati da un percorso che aiuta la persona a sapersi riorganizzare davanti alle difficoltà (= resilienza).

La resilienza è il modo attraverso cui si impara ad affrontare i cambiamenti.

I cambiamenti possono arrivare anche a sorpresa, modificare notevolmente i nostri stili di vita, possono farci soffrire, ma quando se ne esce (e da qui la resilienza) ci fanno fare un balzo in avanti. Vanno pertanto affrontati con pazienza e coraggio e, nuovamente, con una consapevolezza di noi stessi.

4. GESTIRE LA SQUADRA

Passiamo quindi al prossimo aspetto di cosa voglia di essere allenatore, quello più visibile: la gestione della squadra, quindi il gruppo.

L’insieme di individui che formano un gruppo aprono dinamiche sociali in grado di generare grandi energie che possono essere inclusive o esclusive che possono portare a grandi risultati come negativi.

Un leader deve essere in grado di gestire e valorizzare le caratteristiche e i ruoli di ogni singolo componente di un gruppo.

Uno dei compiti importante che il leader deve affrontare è quello di coltivare il senso di appartenenza facendo diventare ciascuno protagonista del risultato che il gruppo vuole raggiungere. Non va dimenticato nessuno, e nessuno a sua volta deve diventare l’alibi dei problemi (= capro espiatorio).

Credits: bibicoach.blogspot.com

Credits: bibicoach.blogspot.com

Ciascun gruppo assume una sua fisiologia che il leader deve sapere cogliere, e attraverso cui poi è in grado di individuare potenziali patologie (es. qualche elemento che viene messo in disparte). Ammetto che tutto questo mi piace, mi da energia, mi fa crescere e mi aiuta ogni giorno. Quanto apprendo dall’essere allenatore mi aiuta poi ad affrontare la mia vita professionale. Le dinamiche possono apparire diverse, ma la sostanza non cambia molto. L’importante è calare tutto nel giusto contesto.

5. SUBIRE UNA SCONFITTA NON VUOL DIRE FALLIRE

Spesso mi capita di confrontarmi con i colleghi (nel 90% dei casi alle macchinette del caffè) e di rapportare questa mia esperienza a ciò che accade nei gruppi di ricerca.
Una volta alcuni di loro mi chiesero “Quante volte hai fallito nella tua vita?”, mi trovai in imbarazzo, non tanto perché mi vergognavo di raccontare qualche fatto, ma più che altro perché mi accorsi che ormai fatico a vedere come fallimenti quelli, che in passato ho vissuto come tali, perché dallo sport ho imparato che saper perdere aiuta a diventare più forti di prima. Cioè che mi ha permesso di “piegarmi ma non spezzarmi” è stato nella passione che ho imparato a coltivare e trasmettere. E sono queste le persone che mi piace avere vicino, o con le quali credo di poter imparare o aiutare a far materializzare la propria passione anche sul lavoro.

Come già detto è importante conoscersi, accettando di sé il positivo e il negativo consci però che ciascuno di noi è una persona straordinaria.

Foto: leadership-coaching.ca

Foto: leadership-coaching.ca

RITORNIAMO ALL’ESERCIZIO SULLE 5 COSE CHE CI PIACCIONO DI NOI

Prima ho proposto un piccolo esercizio, e se mi avete seguito ora avete un foglio con un lato rivolto verso il basso che contiene una lista di cinque caratteristiche positive di sé per come ci vedono gli altri.

Facciamo un secondo passaggio e chiediamoci, di quelle cinque caratteristiche cosa sono i contrari. Riportiamoli, guardiamoli e chiediamoci se conosciamo una persona che ha quelle cinque caratteristiche che sono l’esatto opposto di come le persone sono solite descriverci in positivo.

Sarà molto difficile individuare un nome, ma proviamo a chiederci se, qualche volta, accade che ci siamo comportanti come quanto descritto. È molto facile che appariranno molti ricordi, perché si tratta del nostro lato oscuro, di quella parte di noi che non vogliamo essere ma che purtroppo esiste e che conosciamo.

Forse starete sorridendo, forse sarete sorpresi, ma come già detto questo voleva essere solo un esercizio per stimolare il messaggio principale di quanto raccontato fino ad ora: cominciare a prendere consapevolezza di se stessi, accettare il positivo e il negativo e da qui, poi, migliorarsi. Saremo leader di noi stessi e accettando i cambiamenti e collaborando con nuove persone cresceremo.

E’ quello che ho imparato dallo sport.

MAURIZIO NAPOLITANO
Trento, 25 marzo 2015

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