Consigli pratici per tenere una lezione perfetta

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A scuola non ero per niente un bravo studente. Il mio rendimento non era mai costante, anzi, tendeva a stare sotto la media, piuttosto che eccellere.
In alcuni casi però, grazie alla passione alcuni insegnanti mettevano nelle loro lezioni, mi trasformavo quasi in studente modello.
Ci sono insegnanti che si rassegnano alle capacità degli studenti, altri che si concentrano invece su se stessi e sull’oggetto della lezione, e, infine, quelli che cercano di capire gli studenti e coinvolgerli.

Credtis: nytimes.com

Credtis: nytimes.com

Ora non sono più studente da molto tempo ma mi capita costantemente, seppure in contesti diversi, di rivestire il ruolo del docente. Per la maggior parte si tratta di casi molto specifici come lezioni universitarie, corsi di aggiornamento per dipendenti pubblici o insegnanti (o allenatori) ma anche gruppi di studenti delle superiori.

Ogni volta che salgo in cattedra, però, lo faccio con il desiderio di cercare di essere uno di quelli insegnanti che riusciva a catturare l’attenzione degli studenti.
Fare questo richiede molte energie, molta passione, conoscenza di se stessi e molta molta preparazione alla lezione. Non si può pretendere di fare bene se non si è preparati.
Certo, si può anche “improvvisare”, ma si rischia di essere un insegnante concetrato su stesso e non sugli studenti.

Concentrarsi sugli studenti vuole dire, prima di tutto, cercare di conoscerli ed entrare in empatia con loro.

Personalmente parto da una idea “una scimmia a tempo infinito impara a scrivere”. Con questo non mi riferisco al teorema della scimmia instancabile, ma, piuttosto, al fatto che ciascuno di noi potenzialmente è in grado di imparare se ci mette costanza e passione.
Il volere è l’atteggiamento necessario per superare almeno una delle barriere dell’apprendimento.
Questo si scontra non solo con il desiderio di apprendere ma anche con altri fattori con cui docente si deve misurare come i pregiudizi, la noia, i problemi del lavoro, gli esercizi che possono apparire o troppo facili o troppo difficili.

Ulteriori barriere sono poi date dalle “parole” come il timbro della voce, l’uso di una lingua straniera, i difetti di pronuncia, l’uso di un gergo troppo tecnico… e, infine, gli spazi e gli strumenti disponibili per fare lezione. L’aula potrebbe essere troppo calda o fredda, potrebbe essere all’aperto, i potenziali momenti di distrazione da dover gestire, la disponibilità degli strumenti per fare lezione …
Queste barriere devono essere preventivate (dove possibile) dal docente e, comunque gestite.

Quando stiamo insegnando dobbiamo ricordarci che non tutte le persone hanno lo stesso stile di apprendimento.

I 4 STILI DI APPRENDIMENTO

Gli psicologi Peter Honey e Alan Mumford, basandosi sulla teoria del ciclo di Kolb (esperienza concreta → osservazione riflessiva → concettualizzazione astratta → sperimentazione attiva) individuano 4 stili: attivista, riflessivo, teorico e pragmatico.
Senza entrare troppo nella teoria mi spiego con gli atteggiamenti che si hanno davanti ad una scatola di Lego.

Lo stile dell’attivista è quello di aprire la scatola, senza leggere le istruzioni e cominciare da subito a costruire arrendosi alle istruzione nei punti chiave.

Di contro, il teorico, prima legge tutte le istruzioni, poi guarda tutti i pezzi, arriva a catalogarli, a studiarne ogni minimo dettaglio e costruisce.

Il pragmatico, invece, si fa meno domande: legge le istruzioni un passo alla volta e procede nel costruire in maniera sequenziale.

Il riflessivo qualche domanda in pìu se la fa perché ad ogni nuovo passo, rivede quanto fatto e prende visione di tutto il necessario per il passo successivo.
Ciascuno di questi stili permette di apprendere e, ciascuno di noi, tende a prediligerne uno.

Quando si insegna questo non va dimenticato. Riuscire a proporre delle attività che soddisfano le esigenze di tutti questi stili è il modo più efficace per trasferire conoscenza.
Ulteriore attenzione va fatta anche nella pianificazione del livello di conoscenza che si vuole trasferire.
Questo dipende molto dal contesto in cui si andrà ad insegnare e dal pubblico che ci si aspetta di incontrare. L’educatore Benjamin Bloom ha definito una tassonomia molto utile a tale scopo.

LE FASI DELL’APPRENDIMENTO

Si tratta di una piramide basata su 6 fasi di acquisizione di informazioni e teorie (conoscenza, comprensione, applicazione, analisi, sintesi e valutazione). Ogni fase implica la precedente.

Una lezione deve porsi la domanda quale gradino vuole raggiungere e se le persone a cui ci si rivolge sono in grado.

Il tempo a disposizione per la lezione deve pertanto prendere in considerazione anche questo: chi ascolta a che livello si trova? Nel tempo a disposizione è possibile riuscire a portare tutti al livello che si vuole raggiungere?

Tutte queste premesse sono importanti per quello che è il momento più importante nell’attività di un docente prima di entrare in classe: la programmazione della lezione.
La lezione deve avere uno traguardo preciso e deve rispettare la tassonomia di Bloom di riferimento. Per questo motivo è cruciale che, nella pianificazione, siano ben definiti gli obiettivi formativi.

Questi non possono essere molti (2 o 3 al massimo) e saranno lo strumento principale attraverso cui la lezione si costruisce e, in particolare, si verifica.
Si tratta a tutti gli effetti dell’unità di misura per capire l’efficacia della nostra lezione.

Gli obbiettivi devono essere “SMART”, ovvero: Specifici, Misurabili, Arrivabili (= raggiungibili), Realistici e basati sul Tempo (mai sforare il tempo a disposizione!).

Credits: boredpanda.com

Credits: boredpanda.com

LA REGOLA DELLE 4 C

Da qui lo sviluppo deve avvenire seguendo la regola delle “quattro C” dell’insegnamento:
connessioni, concetti, (pratica) concreta e conclusioni.

Le CONNESSIONI sono di due tipi: quelle fra persone e quelle fra persone e argomento della lezione. Nel primo caso, se si è alla prima lezione in assoluto di un corso, sono un momento fondamentale per accattivare l’attenzione dei partecipanti. Si tratta di presentarsi e, di farlo, nel contesto in cui ci si trova, ricordando perché si è lì e cosa si rappresenta ed eventualmente fissare le prime regole (es. la gestione delle domande). Lo scopo della lezione e i singoli obiettivi che si vogliono raggiungere devono essere chiari da subito.

Un’apertura classica di lezione è “Ciao a tutti, mi chiamo …, oggi sono il vostro docente di … Il tema di oggi è … e, a fine di questa lezione voi sarete in grado di …”
Le persone devono essere messe a loro agio da subito ricordandossi che le persone, seppur con motivazioni diverse, sono lì per imparare.

La connessione fra le persone e l’argomento è un momento delicato perché non deve assolutamente creare imbarazzi o dicotomie.

La tendenza di molti, per aprire il contatto con il pubblico e la connessione di questo con l’argomento della lezione, è quello della “alzata di mano”.
Sul piano di ricevere un feedback immediato per il docente, questo è velocissimo, così come è il mezzo per generare subito imbarazzo mettendo da subito in vista chi conosce l’argomento e chi no.

Una valida alternativa è cominciare a dialogare chiedendo delle parole chiave sull’argomento della lezione e ascoltando le risposte. Questo aiuta a farsi una prima idea delle connessioni con l’argomento e crea contatto con il pubblico. Nuovamente però si dovrà avere cura anche nel gestire quei casi in cui le risposte appaiono lontane dall’argomento della lezione.

Prendersi cura della gestione spazio è anche un modo elegante per creare le connessioni. Si tratta di piccole attenzioni come non mettersi davanti al proiettore, o scrivere su una lavagna usando caratteri grandi, in stampatello e ben visibili da tutti ecc…
È possibile creare un angolo riservato alle domande. Si tratta di spostarsi sempre nella stessa area quando si ritiene sia opportuno ricevere domande. Dopo un paio di volte che si hanno invitate le persone a chiedere, la richiesta di domande avverrà in automatico.
Si tratta di piccole attenzioni che aiutano a diventare un docente che si interessa di trasferire conoscenza e non ad uno che si concentra su quello che ha da dire o sugli studenti che sono in grado di seguirlo.

Mettere a proprio agio le persone è la parola d’ordine in questa fase.

Create le connessioni si passa al trasferimento dei CONCETTI.
Si tratta del momento forse più “noioso” della lezione. Quello spesso fatto dalle definizioni o dall’individuazioni dei problemi e del modo con cui si risolvono. Quello in cui si rischia di perdere qualcuno (ma lo si può recuperare dopo).
Qui l’attenzione del docente deve essere rivolta sia all’argomento che ai partecipanti.

Se si fa uso di un video è fondamentale che il docente si concentri su chi lo guarda.

Chi presenta il video dovrebbe conoscerlo a memoria, sapere quanto dura, dovrebbe sapere quali sono i punti importanti, non deve commentare, deve lasciare spazio all’apprendimento e cercare di captare le reazioni delle persone guardandole in viso.

Prima di passare alla pratica concreta è necessario raccogliere feedback per avere una idea se il livello di collegamento fra le persone e l’argomento della lezione è più chiaro.

La PRATICA CONCRETA è, a mio giudizio, la parte più divertente della lezione in quanto è quel momento in cui le persone si allineano con i concetti introdotti e cercano di assimilarli.

Si tratta di piccole esercitazioni che fanno “toccare con mano” quanto esposto prima.

Non necessariamente dove si fa uso del computer o di carta e penna, ma anche momenti di confronto in gruppi fra i partecipanti o della trasformazione dei concetti in output precisi (es. individuare un caso d’uso).
Un attività pratica di successo deve recuperare il concetto del ciclo di Kolb visto precedentemente quindi: una esperienza concreta, che permetta poi una riflessione su quanto fatto, in modo che il concetto introdotto precedentemente sia ben concettualizato e possa poi essere riusato in altre occasioni.
Questa attività è quella attraverso cui i partecipanti raggiungono gli obiettivi di apprendimento che il docente aveva posto. I tempi devono essere pertanto ben misurati e chiari a tutti.

L’attività finale è quindi quella della quarta C: le CONCLUSIONI.
Si tratta del passaggio in cui tutti si allineano su quanto imparato, dove si riassume quanto esposto e si celebra la lezione.
Questo passaggio deve essere sempre raggiunto nel momento in cui si implementa la lezione.

È un momento cruciale per il docente in quanto è la valutazione dell’allineamento fra le persone e l’argomento.

Si tratta della sua valutazione personale, del capire se gli obiettivi di apprendimento sono stati capiti. È il passaggio attraverso cui dovrà poi sviluppare la propria riflessione sulla sua unità didattica per proseguire poi in altri percorsi.

Robin Williams in un fotogramma del film "L'attimo fuggente", di Peter Weir. (1989)

Robin Williams in una scena del film “L’attimo fuggente”, di Peter Weir. (1989)

Il tempo non deve essere il nemico della lezione. Il nemico della lezione è il mancato raggiungimento degli obiettivi di apprendimento e prima questi sono raggiunti e maggiore sarà il tempo a disposizione per allineamento e riflessione con i partecipanti e la loro crescita.

Tutto questo però funziona se e solo se c’è passione, c’è voglia, c’è quell’entusiasmo di voler trasferire quello che si ha imparato e il desiderio di confrontarsi con quelli che, in quel momento, compaiono come “discepoli”.

Il maestro che ambisce ad essere superato dai suoi discepoli è il modello che reputo sia vincente e che penso, nei nostri tempi, spesso viene perso.
Condividere quello che si ha imparato è creare un bene comune.

Essere un bravo docente però è un lavoro difficile e, pertanto, va tutta la mia ammirazione a chi lo fa ogni giorno.

MAURIZIO NAPOLITANO
Trento, 17 settembre 2015


articolo pubblicato su CheFuturo

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